Storia dei virus militari, da Stalingrado a Gorbaciov

Pierluca Pucci Poppi

“Ho perduto il senso dell’olfatto e ho più allergie di chiunque conosca. Non posso mangiare burro, formaggio, uova, maionese, salsicce, cioccolata o dolciumi. Ingoio due o tre pillole antiallergiche ogni giorno; di più nei brutti giorni. Ogni mattina, mi spalmo unguenti sul viso, collo e mani per dare alla pelle i lubrificanti naturali che ha perduto. Le innumerevoli vaccinazioni che ho ricevuto contro il carbonchio, la peste e la tularemia hanno indebolito la mia resistenza alle malattie e probabilmente accorciato la mia vita”: così Kanatjan Alibekov, ex direttore del principale complesso sovietico di produzione di armi batteriologiche, descrive le conseguenze di una vita passata a progettare e produrre virus per uso bellico. La maggior parte delle conoscenze occidentali sulle armi biologiche di Mosca proviene dalle rivelazioni di Alibekov, per anni a capo di Biopreparat, un’agenzia del governo sovietico ufficialmente destinata a produrre farmaci per uso civile, in realtà il principale centro militare di ricerca avanzata sulle armi biologiche, con 32 mila dipendenti fra scienziati e staff. Alibekov è fuggito negli Stati Uniti nel ’92 e ha svelato ai suoi interlocutori americani una realtà agghiacciante, di cui sospettavano solo una minima parte: il programma biologico militare sovietico era avanzatissimo e Mosca possedeva, e forse possiede tuttora, missili strategici multitestata caricati con varianti particolarmente potenti del virus del vaiolo, del carbonchio (anthrax) e della peste nera. Alibekov, che si fa ora chiamare Ken Alibek, ha raccontato, in alcune interviste e in un libro (Biohazard – rischio biologico), la storia e lo stato di avanzamento del programma militare batteriologico sovietico.

Tutto comincia dopo la guerra civile russa del 1918-1921, quando i vertici dell’armata rossa, impressionati dall’enorme numero di vittime causate da un’epidemia di tifo, decidono di trasformare questa malattia in un’arma da guerra. Nel 1928, un decreto segreto del governo sovietico dà inizio al programma batteriologico militare di Mosca, inizialmente sotto il controllo della Gpu, l’antenata del Kgb. I principali centri di ricerca erano l’accademia militare di Leningrado e l’isola di Solovetsky nel Mar Bianco, dove prigionieri del gulag locale venivano usati come cavie in esperimenti con il tifo, la febbre Q e la morva, una malattia debilitante tipica degli equini, adattata in questo caso all’uomo. Queste ricerche erano considerate talmente importanti dal comando sovietico che subito dopo l’invasione tedesca del 1941, i due centri vennero immediatamente spostati a Est. Durante la seconda guerra mondiale, ufficialmente nessuna potenza ha impiegato armi chimiche o batteriologiche, ma Alibekov racconta un episodio curioso sulla battaglia di Stalingrado. Nel 1973, quando è studente alla facoltà militare dell’istituto medico di Tomsk, si vede assegnare una ricerca su una misteriosa epidemia di tularemia, una malattia altamente debilitante, sul fronte russo-tedesco nel 1942, poco prima di Stalingrado. Il giovane studente scopre che le prime vittime dell’epidemia furono le truppe tedesche: i soldati di Berlino si ammalavano a un ritmo mai visto, tanto che l’offensiva tedesca della tarda estate del 1942 dovette temporaneamente arrestarsi. In seguito, l’epidemia si diffuse anche fra le truppe sovietiche e la popolazione civile. Alibekov conclude che non era possibile che la malattia fosse di origine naturale (10 mila casi nel 1941, 100 mila casi nel 1942, l’anno dell’epidemia, di nuovo 10 mila casi nel 1943): i russi avevano diffuso il virus nelle linee tedesche e poi, probabilmente a causa di un cambiamento del vento, ne erano stati a loro volta colpiti. E’ interessante il racconto che Alibekov fa della reazione del colonnello che aveva commissionato la ricerca, di fronte alle conclusioni del suo allievo: “per piacere – disse piano – voglio che tu mi faccia un favore e dimentichi che hai mai detto ciò che hai detto. Lo dimenticherò anch’io (…) E non menzionare mai…mai, a nessuno, quello che mi hai appena detto. Credimi, farai un favore a te stesso”. Molti anni dopo, un anziano colonnello che aveva lavorato in un centro batteriologico segreto nella città di Kirov disse ad Alibekov che nel 1941, l’anno prima di Stalingrado, in quegli stabilimenti era stata sviluppata un’arma biologica basata sul virus della tularemia. Fece capire che quell’arma era sicuramente stata usata contro i tedeschi.

Il programma sovietico continua sotto Krusciov, che lancia un progetto, ironicamente chiamato “Ecologia”, per sviluppare virus, fra cui l’afta epizootica, capaci di distruggere gli allevamenti di bestiame dei Paesi nemici. Nel 1973, un anno dopo che Mosca ha firmato il trattato internazionale di messa al bando delle armi biologiche e batteriologiche, Brejnev crea il Biopreparat, di cui Alibekov diventerà il responsabile nel 1988, e vara il programma “Enzima”, per sviluppare agenti patogeni modificati geneticamente per resistere agli antibiotici e ai vaccini: tularemia, peste nera, carbonchio, morva, vaiolo, marburg eccetera. Con Gorbaciov, il programma batteriologico viene enormemente potenziato: nel 1987, l’allora leader dell’Urss firma di suo pugno un piano quinquennale che fissa gli obiettivi da raggiungere nel campo biomilitare, con particolare enfasi sullo sviluppo del vaiolo per uso bellico. Secondo Alibekov, quel piano era “il più ambizioso programma per lo sviluppo di armi biologiche mai sottoposto alla nostra agenzia” e permise all’Urss di diventare “l’unica superpotenza biologica” del pianeta. In un periodo in cui l’economia sovietica era vicina al collasso e Gorbaciov prometteva al mondo la riduzione degli arsenali di Mosca, il Cremlino spendeva ogni anno l’equivalente di centinaia di milioni di dollari di allora, fino al miliardo del 1990, per lo sviluppo di armi di distruzione di massa. Al riguardo, Alibekov racconta che, nel 1988, dopo una riunione segreta in cui era stata definita la lista delle città americane obiettivo dei missili caricati con virus, i partecipanti scherzarono fra loro sui “misteri della perestroika”.

Particolarmente agghiacciante è la storia di Nikolai Ustinov, scienziato ricercatore nel complesso Vector, vicino Novosibirsk, dedicato allo sviluppo di virus letali. Nell’aprile del 1988, Ustinov, durante un esperimento su topi di laboratorio, si punse un dito con una siringa contenente il virus marburg (parente stretto dell’Ebola). Subito dopo aver avvertito i suoi superiori, venne rinchiuso in un centro biomedico speciale, sigillato da portelloni stagni simili a quelli dei sottomarini. Lo scienziato iniziò a redigere un diario dopo il quarto giorno di malattia, quando venne colpito da una forte emicrania e i suoi occhi divennero rossi a causa di microemorragie interne. Alibek seguì l’agonia di Ustinov giorno per giorno dal suo ufficio di Mosca. Un antidoto per il ricercatore arrivò troppo tardi, “a causa di ritardi burocratici al ministero della Difesa”. Le pagine finali del diario di Ustinov erano macchiate di sangue: negli ultimi giorni della sua agonia sudava letteralmente sangue, ed era la prima volta che i medici vedevano un fenomeno del genere.

Il dottor Ustinov morì il 30 aprile del 1988. Gli scienziati sovietici non avevano mai visto nulla di simile: il virus che lo aveva ucciso era incredibilmente potente, produceva effetti devastanti sul corpo umano. Estrassero quindi gli organi vitali e il sangue dal cadavere di Ustinov, congelarono il tutto e replicarono il virus in laboratorio. Venne chiamato “Variante U”. “U” per Ustinov. Era l’arma biologica assoluta: bastavano da una a cinque particelle microscopiche del nuovo ceppo virale nei polmoni di una scimmia per ucciderla, mentre per ottenere lo stesso risultato con il carbonchio servono circa ottomila spore. Alibekov sostiene che migliaia di scienziati russi addetti alle ricerche biologiche militari si sarebbero trasferiti in Paesi come Iran, Iraq, Siria, Libia o Cina. E molti di questi non avrebbero avuto nessuna difficoltà a portare con sé campioni congelati di Variante U. Una volta in possesso del ceppo originale, sembra che sia assai facile replicarlo in laboratorio.

La questione è ancor più preoccupante se si considera che, secondo Alibekov, gli americani, che hanno interrotto le loro ricerche batteriologiche militari nel ’69, sarebbero indietro di 25-30 anni nello sviluppo dei vaccini contro le armi biologiche. Dopotutto, ricorda, “gli americani avevano solo due specialisti in carbonchio. Noi ne avevamo duemila”.

Pierluca Pucci Poppi

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