I virus militari sovietici

Pierluca Pucci Poppi

Gran parte delle recenti conoscenze occidentali sulle armi biologiche di Mosca proviene dalle rivelazioni di Ken Alibek, ex capo del programma sovietico di ricerca sulla guerra batteriologica (Biopreparat), fuggito negli Usa nel ’92. Alibek, il cui vero nome è Kanatjan Alibekov, aveva ai suoi ordini 32 mila persone, fra scienziati e staff, ed era a capo del complesso di Stepnagorsk, nel Kazakhstan: il più grande centro di ricerca biologica a fini bellici mai esistito. Le testimonianze di Alibek hanno svelato una realtà allucinante: il programma biologico militare sovietico era avanzatissimo (gli americani, che hanno interrotto le loro ricerche batteriologiche militari nel ’69, sarebbero, secondo Alibek, “indietro di 25-30 anni nello sviluppo dei vaccini contro le armi biologiche”) e Mosca possedeva missili strategici Mirv (multitestata) pronti per essere caricati con varianti particolarmente potenti del virus del vaiolo, del carbonchio (anthrax) e della peste nera. Alibek ha raccontato anche l’impressionante storia del dottor Nikolai Ustinov, scienziato ricercatore nel complesso Vector, vicino Novosibirsk, dedicato allo sviluppo di virus letali.

Nell’aprile del 1988, Ustinov, ricoperto da uno scafandro protettivo simile a una tuta spaziale, stava iniettando a dei topi di laboratorio una variante del virus Marburg (parente stretto del virus Ebola), quando si punse un dito con la siringa usata per l’esperimento. L’ago aveva attraversato il doppio strato di gomma del guanto e raggiunto la carne. Subito dopo essersi ripulito con una doccia chimica, Ustinov avvertì il suo superiore, e venne rinchiuso in un centro biomedico speciale, sigillato da portelloni stagni simili a quelli dei sottomarini, dove venne seguito da personale che indossava le “tute spaziali” anticontagio. Non gli venne permesso di comunicare con la famiglia. Lo scienziato decise di tenere un diario della sua malattia dopo il quarto giorno di internamento, quando venne colpito da una forte emicrania e i suoi occhi divennero rossi a causa di microemorragie interne.

Alibek, che allora si trovava nel suo ufficio di Mosca, seguì l’agonia di Ustinov giorno per giorno, e tentò di far arrivare uno speciale antidoto a Novosibirsk. L’antidoto arrivò troppo tardi, “a causa di ritardi burocratici al ministero della Difesa”. Quando Ustinov iniziò a vomitare sangue, i dottori operarono una trasfusione, ma il nuovo sangue infuso veniva immediatamente rigettato “dalla bocca e dal retto”. Le pagine finali del diario di Ustinov erano macchiate di sangue: negli ultimi giorni della sua agonia erano apparsi ematomi a forma di stella sotto gli strati superficiali dell’epidermide e – cosa che i medici non avevano mai visto – sudava sangue, direttamente dai pori della pelle.

Il dottor Ustinov morì il 30 aprile del 1988. Gli scienziati sovietici non avevano mai visto nulla di simile: il virus che lo aveva colpito era incredibilmente letale, produceva effetti devastanti sul corpo umano. Estrassero gli organi vitali e il sangue dal cadavere di Ustinov, congelarono il tutto e replicarono il virus in laboratorio. Lo chiamarono “Variante U”. U per Ustinov. Dopo esperimenti su scimmie e animali da laboratorio a Stepnagorsk, conclusero che la Variante U era l’arma biologica assoluta: bastavano da una a cinque particelle microscopiche del nuovo ceppo virale nei polmoni di una scimmia per uccidere lo sfortunato animale. A titolo di esempio, servono circa ottomila spore di carbonchio per uccidere un animale delle stesse dimensioni. Secondo Alibek, migliaia di scienziati russi addetti alle ricerche biologiche militari si sarebbero trasferiti in Paesi come Iran, Iraq, Siria o Libia. E molti di questi non avrebbero avuto nessun problema a portare con sé campioni congelati di Variante U. Una volta in possesso del ceppo originale, sembra che sia assai facile replicarlo in laboratorio. Grazie di tutto, dottor Alibek.

Pierluca Pucci Poppi

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