I virus militari: il racconto del dottor Alibekov

Pierluca Pucci Poppi

Già nel 1999 Ken Alibek, ex responsabile del programma batteriologico militare sovietico, scriveva che “la minaccia di un attacco biologico è cresciuta di pari passo con la diffusione delle conoscenze sviluppate nei nostri laboratori – formule letali che i nostri scienziati hanno impiegato anni per scoprire – verso Stati canaglia e gruppi terroristici. Le bioarmi non sono più ristrette al mondo bipolare della guerra fredda. Sono poco costose, semplici da fare e semplici da usare. Nei prossimi anni, diventeranno senz’altro una parte delle nostre vite”. E’ dal 1992, anno in cui fuggì negli Stati Uniti con la sua famiglia, che Alibek, uno dei maggiori esperti di armi batteriologiche al mondo, cerca di mettere in guardia gli Usa sul rischio del bioterrorismo. L’amministrazione Clinton ha tentato di reagire e ha fatto, secondo Alibek, “più di qualunque altra nazione per proteggere i civili dalle armi biologiche”, ma non è chiaro se questi sforzi siano stati efficaci. Nel 1998 a New York, durante un attacco biochimico simulato, tutti i partecipanti all’esercitazione “morirono”: “avevano fatto tutte le cose giuste” disse un ufficiale federale al New York Times, “ma lo scenario li ha pesantemente sconfitti”.

L’impreparazione degli Stati Uniti, cioè della nazione che più ha prestato attenzione al problema in tempi recenti, è vieppiù preoccupante se confrontata con la facilità con cui si possono ottenere ceppi virali da trasformare in armi. Gli scienziati e i centri di ricerca di diversi Paesi si scambiano regolarmente, e del tutto legalmente, campioni di germi e virus. In questo modo, e nel nome della libertà della ricerca scientifica, i sovietici hanno ottenuto dagli Stati Uniti ceppi di Machupo, il virus che causa la febbre emorragica boliviana, e dalla Germania campioni di Marburg, una variante dell’Ebola. Dopo la fine dell’Urss, molti ceppi virali, facilmente trasportabili, potrebbero essere finiti nelle mani di Stati canaglia e organizzazioni terroristiche, così come i microfilm che contengono le “ricette” per fabbricare armi batteriologiche. Pochi anni fa, una compagnia di Mosca, la Bioeffekt Ltd., ha addirittura fatto circolare un dépliant pubblicitario in cui proponeva la vendita per posta di tre ceppi di tularemia, una malattia debilitante, modificati geneticamente. Secondo il presidente della compagnia, Nikolai Kislichkin, i ceppi contenevano geni che aumentavano la virulenza della tularemia e della melioidosi, ed erano prodotti da “tecnologia sconosciuta fuori dalla Russia”. Naturalmente, il presidente della Bioeffekt sosteneva nel dépliant che questo materiale era utile per la creazione di vaccini, ma, secondo Alibek, non poteva non essere perfettamente consapevole del possibile impiego per fini bellici di simili campioni, dal momento che Kislichkin era uno scienziato del complesso biomilitare di Obolensk.

Una volta ottenuti i ceppi virali, bisogna trasformarli in armi (weaponize) aumentandone la virulenza e la resistenza agli agenti atmosferici e ai vaccini. Per fare questo, occorre un laboratorio attrezzato e, soprattutto, la conoscenza dei processi di trasformazione. Le migliaia di scienziati sovietici che hanno lavorato per anni al programma biomilitare di Mosca possiedono queste conoscenze come nessuno al mondo, e sono molti gli Stati o le organizzazioni disposti a mettere a loro disposizione un laboratorio. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, molti di questi scienziati non ricevono più stipendi e devono trovare un modo per sopravvivere: Alibek ha raccontato di uno dei principali ricercatori biomilitari sovietici ridotto a vendere fiori sul marciapiede dell’Arbat, a Mosca, per nutrire la sua famiglia.

La minaccia della proliferazione delle armi biologiche non proviene solo dagli ex scienziati sovietici: il Kgb aveva un suo programma biologico, chiamato Fleyta (“flauto”), per lo sviluppo di agenti psicotropi capaci di alterare il comportamento e di tossine paralizzanti o letali, da impiegare in operazioni speciali o di assassinio politico. Queste sostanze venivano sviluppate in diversi istituti, fra cui il Laboratorio 12, a Yasenovo, nei locali del primo direttorato del Kgb, responsabile dello spionaggio all’estero.  Il Laboratorio 12 venne creato negli anni ’20 da Genrich Yagoda, l’ex farmacista diventato poi capo della polizia segreta di Stalin. In quei locali venivano sviluppati agenti tossici letali, da usare per l’assassinio politico: negli anni ’40 venne ideata una forma polverizzata di peste da impiegare contro Tito dopo lo strappo con Mosca, e dal Laboratorio 12 uscì il veleno che, secondo recenti studi, causò la morte di Gorki. Nel settembre del 1978, il dissidente bulgaro Georgy Markov venne ucciso a Londra da un graffio causato da un ombrello avvelenato al ricino. Fu Yuri Andropov, allora capo del Kgb, a fornire a Sofia la tossina, prodotta nel Laboratorio 12. Alibek racconta che, nel 1990, un suo amico del Kgb, Valery Butuzov, gli chiese quale agente tossico avrebbe impiegato per un aerosol nascosto in un pacchetto di sigarette, destinato a uccidere una persona in una stanza. Butuzov disse che aveva pensato all’Ebola e, davanti all’obiezione di Alibek secondo cui sarebbero morte tutte le persone presenti nella stanza, rispose che “questo non importa”. In seguito, ammise che si trattava di un tentativo di eliminare Zviad Gamsakhurdia, presidente indipendentista della Georgia, che stava creando grossi problemi a Mosca. Molti ex agenti del Kgb sono entrati a far parte della mafia russa, e potrebbero aver portato in dote alcune realizzazioni del programma “flauto”. Simili “invenzioni” potrebbero anche essere state acquistate da Stati esteri. Il 3 agosto del 1995, Ivan Kivelidi, presidente della Tavola rotonda degli imprenditori russi, venne trasportato in ospedale dal suo ufficio, a causa di un’improvvisa e misteriosa malattia. Poche ore dopo, la sua segretaria venne ricoverata al reparto emergenze, con sintomi simili a quelli di Kivelidi. Morirono entrambi nel giro di alcune ore. Kivelidi era noto per la sua crociata anti-corruzione e per le sue accuse ad alti burocrati governativi di collusioni con la mafia. Gli investigatori trovarono tracce di cadmio nel suo telefono, e conclusero che l’imprenditore e la sua segretaria erano stati uccisi da avvelenamento da radiazioni. Questa soluzione non convince però Alibek, che ricorda una conversazione con il suo amico del Kgb sull’efficacia degli aerosol letali. La discussione verteva sui sistemi di uccidere tramite agenti tossici spruzzati sul volante di una macchina, e altre amenità simili. Davanti all’ammirazione espressa da Alibek, Butuzov disse con nonchalance: “oh, abbiamo sviluppato un sacco di roba migliore”.

Ancora più preoccupante è l’attacco bioterroristico dal cielo. Se un aereo agricolo irrorasse una città con tossine, lo si verrebbe a sapere solo a epidemia già iniziata. Bill Patrick, ex capo della produzione dei laboratori americani di guerra biologica di Fort Detrick, prima dell’arresto delle attività biomilitari Usa nel ’69, in un’intervista del ’98 al New Yorker ha fatto un calcolo sull’impatto che può avere un attacco batteriologico dal cielo su una media città, usando un agente (di cui non rivela il nome) impiegato dagli americani negli anni ’60, quindi assai meno virulento degli ultimi ritrovati sovietici: “diciamo che vogliamo colpire la città di Frederick, laggiù. E’ una piccola città, con una popolazione di circa cinquantamila abitanti. Si potrebbero causare trentamila infezioni. Per curare le infezioni avremmo bisogno…vediamo. Ottantaquattro grammi di antibiotico per persona…fa…oh, mio Dio, avremmo bisogno di più di due tonnellate di antibiotico, consegnate da un giorno all’altro! Non esiste una simile riserva di antibiotico in tutti gli Stati Uniti. Adesso pensate a New York”.

Nella stessa intervista, Alibek dialogava con Bill Patrick ed esprimeva le sue preoccupazioni: “ho avuto un incontro ieri in un’agenzia della difesa. Non sanno assolutamente nulla sulle armi biologiche. Vogliono sviluppare una protezione, ma tutte le loro conoscenze sono incentrate sulle armi nucleari. Posso dire che non credo che le armi nucleari funzionino. Le armi nucleari distruggono ogni cosa. Le armi biologiche sono più…benefiche. Non distruggono i palazzi, distruggono solo l’attività vitale”.

  • “Attività vitale”?
  • “La gente”.

Pierluca Pucci Poppi

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