Fuga di virus letali, Wuhan non è l’unico laboratorio sospetto

Pierluca Pucci Poppi

Il coronavirus che sta paralizzando il pianeta potrebbe essere uscito da un laboratorio cinese? L’ipotesi – che Pechino, ovviamente, smentisce – è giudicata degna di indagine da diversi governi, in primis quello americano. Se così fosse, è evidente che la Cina, che ha il controllo dell’informazione interna, cerchi di occultare simili fatti, che aggraverebbero l’orrenda figura per la “Chernobyl biologica” con epicentro a Wuhan, che ospita un laboratorio per lo studio di virus pandemici costruito dalla Francia nel 2018, ma in cui i francesi non sono mai entrati. Ma anche se diversi indizi non costituiscono una prova, è così difficile che un virus coltivato in laboratorio sfugga al controllo?

Il virus più pericoloso nell’arsenale sovietico era il Marburg, che i russi ottennero dalla Germania in maniera ufficiale e trasparente, come si usa fra istituzioni scientifiche di diverse nazioni. Perché Marburg? Perché nel 1967, nei laboratori farmaceutici Behring della città tedesca di Marburg (Marburgo), un centinaio di chilometri da Francoforte, un addetto agli animali usati per le sperimentazioni si ammalò e morì due settimane dopo. L’uomo era stato a contatto con scimmie importate dall’Africa centrale, i cui fegati servivano per la coltura di vaccini contro la febbre emorragica. La malattia causava la liquefazione degli organi interni e, prima della morte, l’intero corpo della vittima era coperto di sangue, fuoriuscito dai pori. Ventiquattro tecnici di laboratorio e sei infermiere si ammalarono; sette morirono. Uno dei sopravvissuti impazzì perché il virus aveva attaccato le cellule cerebrali. Casi simili furono segnalati in laboratori di Francoforte e Belgrado, che avevano ricevuto scimmie dalla stessa zona dell’Africa, nello stesso periodo. Nove anni dopo, sulle rive del fiume Ebola, nell’allora Zaire, scoppiò un’epidemia molto simile al virus di Marburg. L’Ebola, che colpirà ancora quelle zone, è definito un “filovirus”. I virus prendono il nome dal luogo di scoperta, come il Marburg o l’Ebola, per cui l’attuale coronavirus, naturale o artificiale che sia, dovrebbe chiamarsi “Wuhan”.

Ken Alibek, vero nome Kanatjan Alibekov, è stato per anni direttore di Biopreparat, un’agenzia del governo sovietico ufficialmente destinata a produrre farmaci per uso civile, in realtà il principale centro militare di ricerca avanzata sulle armi biologiche. Alibekov è fuggito negli Stati Uniti nel ’92 e ha raccontato agli americani che il programma biologico militare sovietico era avanzatissimo. In un libro, Biohazard, Alibek racconta anche dell’incidente di Sverdlovsk. A fine marzo del 1979, i responsabili del Complesso 19 nella città di Sverdlovsk, negli Urali orientali, per negligenza non sostituirono un filtro dell’aria. Quel filtro era una barriera fra la città e i prodotti del Complesso 19: antrace essiccato per uso militare, da caricare su missili in caso di conflitto con l’Occidente. Nei giorni seguenti, decine di persone vennero ricoverate negli ospedali della città. Nessuno sa quante furono le vittime. Il Kgb tentò di coprire l’incidente e il capo del partito comunista locale – un tale Boris Eltsin – ordinò di ripulire strade e edifici. In questo modo, vennero rimesse in circolazione le spore di antrace depositate al suolo, causando altre vittime. Mosca non informò Eltsin sulla reale origine dell’incidente, e altri russi morirono per mantenere la segretezza sul programma biomilitare sovietico. Boris Eltsin dichiarerà, da presidente, nel 1993: “i nostri sviluppi militari furono la ragione dell’incidente”. Nel 1998, la stampa russa riesumò la tesi della “carne avariata”.

Le “fughe” di virus dai laboratori potrebbero essere state più frequenti. Alexander Kouzminov, ufficiale del Kgb sovietico, unico fuoriuscito proveniente dal Direttorato S (operazioni speciali) e del Dipartimento 12, descrive, nel suo libro Biological Espionage quali erano i suoi campi di interesse: “spionaggio biologico, pianificazione e preparazione di atti di terrorismo biologico e sabotaggio, realizzarli nell’eventualità di un conflitto militare su larga scala o una guerra fra la Russia e l’Occidente, assistenza nella preparazione della guerra biologica, appoggiare il programma sovietico, poi russo, di armi biologiche”. Kouzminov, che se ne intende, elenca diversi casi di epidemie secondo lui inspiegabili: le infezioni in Cina e Hong Kong nel 1997; l’afta epizootica in Gran Bretagna nel 2001; la Sars che dalla Cina si è diffusa nel mondo nel 2003; le due epidemie di peste in India nel 1994; la febbre del Nilo occidentale a Volgograd (dove si trova un istituto di ricerca biologico). Ancora: nel 1993 una misteriosa malattia si diffuse nel New Mexico, Stati Uniti. Si trattava di un’infezione respiratoria ritenuta incurabile. Gli infetti morivano dopo un paio di giorni. L’epicentro era vicino alla base dell’esercito americano di Fort Wingate. Una malattia simile colpì nel 1998 la città ucraina di Chernovtsi, causando centinaia di morti. I russi, sotto pressione dell’Occidente, hanno distrutto i loro arsenali biomilitari, ma i laboratori sono ancora lì e garantiscono loro la capacità di riprendere la produzione di armi biologiche, se ce ne fosse bisogno.

Infine, per quanto riguarda il controllo dell’informazione sul virus Wuhan, la Cina non ha lezioni da prendere da nessuno. Anzi, forse sì, dagli ex colleghi sovietici, che rimasero in silenzio su Sverdlovsk e Chernobyl. E anche dalla nuova Russia sull’epidemia di febbre emorragica Congo-Crimea nel villaggio di Oblivskaya, nella regione di Rostov, nel luglio del 1999. Non esistono informazioni ufficiali, e tutti i siti web russi con il nome “Oblivskaya” sono stati chiusi. Kouzminov ha il dubbio che le decine di morti potrebbero essere state causate da esperimenti dell’istituto di ricerca di Volgograd, ex Stalingrado.

Nessuno Stato accetta di “perdere la faccia”, men che meno Paesi autoritari come la Cina. Gli incidenti in laboratori, civili o militari, accadono, sono sempre accaduti e sono sempre stati coperti dai governi e dagli apparati di sicurezza e propaganda. Oggi è più difficile, a causa della maggiore diffusione dell’informazione – e della disinformazione. A ogni modo, qualunque cosa sia successa, nessuno può sognarsi di ottenere la verità da un regime come quello cinese, che ancora nasconde ai suoi cittadini, dopo più di trent’anni, il massacro di piazza Tienanmen. Articolo pubblicato su La Verità

Pierluca Pucci Poppi

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