La riforma dei regimi pensionistici scombussola la Francia

27 Dicembre, 2019
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Emmanuel Macron vorrebbe creare un piano pensionistico universale che avrebbe come obiettivo principale quello di sostituire i 42 piani attualmente esistenti. Con questo sistema universale, ogni euro di contributi dovrebbe dare gli stessi diritti a tutti, sia pubblici che privati.

Il problema principale: molti regimi speciali e altrettante disparità

Se il progetto è stato rapidamente avviato con la nomina a settembre 2017 di Jean-Paul Delevoye come alto commissario per la riforma delle pensioni, il governo ha deciso di concedersi il tempo: inizialmente prevista per metà 2018, la riforma è stata molte volte respinta. L’obiettivo ora sarebbe di riuscire ad approvarla nell’estate del 2020. Ma che cosa sono questi “regimi speciali?”. Non esiste una definizione ufficiale ma solo alcune caratteristiche comuni. I dipendenti interessati beneficiano di norme specifiche principalmente per quanto riguarda l’età pensionabile – con partenze anticipate tra 52 e 62 anni per compiti considerati difficili – e il metodo di calcolo della pensione. Nell’elenco dei regimi speciali troviamo quello di RATP, della SNCF, dell’Opera Nazionale di Parigi o delle Miniere. Il pronblema principale di questi regimi resta la disproporzione tra contribuenti e pensionati: alla SNCF, nel 2018, c’erano 140.740 contribuenti e 255.117 pensionati (di diritto diretto o che percepivano pensioni di reversibilità. Al RATP, sempre nel 2018, c’erano 42.044 contribuenti per 50.429 pensionati. Con questi numeri, non è difficile comprendere le conseguenze finanziarie di tali regimi.

Una peculiarità tutta francese: la minoranza che riesce a paralizzare un paese intero

Spaventato dal movimento dei gilets gialli, l’esecutivo decise nel 2019 di bloccare la riforma per risparmiare una nuova crisi sociale a seguito del movimento dei gilet gialli. Al tempo stesso è stata avviata una nuova negoziazione di tre mesi con le parti sociali. Parallelamente, le “consultazioni dei cittadini”, nello spirito di un grande dibattito, si svolgeranno fino alla fine del 2019, attraverso incontri pubblici e una piattaforma digitale. Nonostante ciò, si è verificato lo scenario che il governo francese più temeva: la rivolta sociale aumenta, ed ha raggiunto nel mese di dicembre i livelli toccati lo scorso anno. Uno sciopero RATP (Régie autonome des transports parisiens) ha paralizzato i trasporti a Parigi lo scorso 13 settembre e una mobilitazione di molti settori ha letteralmente bloccato il paese il 5 dicembre. Questi movimenti, pur riuscendo a paralizzare il paese, sembrano riflettere le idee di una minoranza: infatti, secondo un sondaggio pubblicato il 1 ° dicembre 2019, oltre la metà dei francesi (55%) ritiene che l’attuale sistema non sia finanziariamente sostenibile. Quasi due terzi dei francesi (64%) sono a favore del principio di creare un sistema universale per i dipendenti del pubblico, del settore privato e dei lavoratori autonomi, ma sono principalmente preoccupati di lavorare più a lungo e vedere ridotto l’importo della pensione di vecchiaia.

Un governo paralizzato dalle contestazioni, alla ricerca di mediazione continua

Edouard Philippe rimane inflessibile sulla necessità di eliminare i regimi speciali ma flessibile sul programma. In particolare, per cercare di tranquillizzare la popolazione francese intera, si è ipotizzata l’introduzione della clausola chiamata “del nonno”, che si riferisce al fatto che una nuova misura o disposizione relativa alle condizioni di lavoro o di impiego si applicherebbe solo ai nuovi entranti nel mercato del lavoro, infrangendo così il principio della “parità di retribuzione per uguale lavoro” e quindi quello di uguale pensionamento.

Daisy Boscolo Marchi

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