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L'Associazione Italiana per l'Agricoltura Biologica e Italie-France insieme per lo sviluppo del progetto europeo “Il Bio sotto casa”

Italie-France è partner dell'Associazione Italiana per l'Agricoltura Biologica per un’importante iniziativa, “Il Bio sotto casa”, programma triennale (2009-2012), promosso dall’Unione Europea e dall’Italia.

19 Agosto 2010

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Per un progetto quadro europeo del finanziamento “off shore” delle applicazioni industriali e commerciali alle energie rinnovabili: un’opportunità franco-italiana?

Parigi - Il fallimento del summit di Copenaghen non deve oscurare l’opera compiuta dai nostri governi globalmente consapevoli della necessità di offrire un nuovo modello di crescita per tentare di salvare il pianeta dai cataclismi dovuti al surriscaldamento climatico. A Copenaghen tutti gli Stati del pianeta, ricchi, poveri o emergenti, hanno tentato in vari modi, di riporre tutte le speranze possibili nell’avvento di un modello sostenibile delle “tecnologie verdi”, che andrebbero a sostituire le energie fossili e il motore a combustione con lo scopo di aprire nell’economia una nuova fase storica. Nulla tuttavia permette di affermare che, nella stessa occasione, i banchieri Philippe-Henri Latimier Du Clésieux abbiano tentato di imporsi nel ruolo di “salvatori”. È vero che riflettere sullo sviluppo sostenibile non è mai stata l’attività favorita dei banchieri, e che il finanziamento dell’ecologia è spesso stato sacrificato nei programmi delle banche di sviluppo. Peccato, quando sappiano fino a che punto soprattutto le banche commerciali, si scontrano ormai da qualche tempo con il disprezzo mal dissimulato dell’opinione pubblica per ciò che riguarda lo scandalo delle remunerazioni variabili dei “traders” e delle loro eccessive assunzioni di rischi; molto spesso assorbite alla fine dal contribuente!...

Peccato, anche, quando si conosce l’incuria dei centri finanziari giudicati non cooperativi dall’OCSE e comunemente chiamati “paradisi fiscali” dove questi stessi istituti operano da lustri!.. E, da poco, sotto il fuoco continuo di critiche e assalti da parte dei parlamentari europei più lucidi. Si sarà capito, che qui si è aperta una breccia in cui gli istituti bancari europei, adeguatamente sollecitati dai loro governi, potrebbero riconvertirsi in maniera vantaggiosa, offrendo allo stesso tempo un “lifting” a quella tra le sedi “off-shore” giudicata la più meritevole... stabilendoci una banca dedicata allo sviluppo sostenibile.

La lista è ben nota a tutti e circola in tutti i ministeri delle finanze del G20.

Che aspettano quindi questi banchieri europei le cui insegne sventolano in tutto il mondo e la cui competenza è trasversale e pluridisciplinare, a concentrarsi sulle attività a forte valore aggiunto della crescita verde, unendosi all’interno di un organismo consorziale esclusivamente dedicato al finanziamento e al rifinanziamento di qualsiasi progetto legato allo sviluppo sostenibile, alla biodiversità, e alle energie rinnovabili?

E chi, meglio di una di queste sedi “off-shore” con attività e posizionamento sottomessi oggi alla vendetta popolare, potrebbe, dico io, incoraggiare e ospitare la creazione di un tale istituto?

Fornendo il loro contributo alla creazione di una tale banca di sviluppo, i grandi istituti europei, sollecitati a mostrare il proprio disimpegno nei confronti di questi sedicenti “paradisi fiscali”, ci troverebbero l’opportunità di una supplementare legittimizzazione: Il finanziamento di progetti legati alla prevenzione di rischi ecologici, dei rischi perfettamente conosciuti per il loro grande impatto. E tutto ciò, soprattutto, negli ambiti dell’acqua, dell’aria, dei cambiamenti climatici, dell’energia, della radioattività, delle emissioni di gas serra; al fine di regolare e di evitare l’impennata di una situazione drammatica che noi stessi abbiamo creato da 30 anni a questa parte. Concretamente, delle linee di credito conseguenti potrebbero così essere destinate al miglioramento della performance energetica e a quello della conversione dell’energia, alla riduzione del costo legato ai trasporti di cui si sa che rappresenta da una parte uno tra i maggiori rischi per l’ambiente a causa delle emissioni di gas serra e dall’altra uno dei fattori chiave di dipendenza rispetto ai combustibili fossili.

Dal punto di vista meramente operativo, ciascuno dei progetti di finanziamento sottoposti alla banca sarebbe naturalmente valutato a seconda dei meriti come avviene per un normale dossier di finanziamento di progetto. Per ogni progetto presentato sarebbero quindi pesati, soppesati, e presentati a dei comitati di credito imparziali, il profilo di rendita economica, il valore netto, il tasso interno di rendimento, il termine di recupero del capitale investito, l’indice di profittabilità, la struttura del rispettivo finanziamento tra debito e fondi propri, il costo medio ponderato del capitale, il costo marginale ponderato del capitale e infine il differenziale tra tasso interno di rendimento di ciascun progetto e costo marginale ponderato del capitale alfine di convalidare il processo di creazione della ricchezza azionaria al quale saranno ovviamente sensibili i membri fondatori della banca.
Secondo noi, il tasso di credito concesso dalla banca al beneficiario del prestito dovrebbe essere direttamente proporzionale al livello di inquinamento dell’attività. Con il dovuto beneficio d’inventario, possiamo prevedere che un incentivo più o meno dissuasivo avrebbe come conseguenza un notevole impatto sulle richieste di credito relative ai settori della chimica minerale, dei prodotti azotati e concimi, dei trasporti marittimi e costieri, delle materie plastiche, della metallurgia, dei trasporti aerei, delle fibre artificiali o sintetiche, dell’agro-alimentare, della produzione di minerali, dell’organizzazione del trasporto merci, dei trasporti fluviali, dei materiali di costruzione, dei trasporti stradali...

La specializzazione delle banche in questo ambito contribuirebbe all’eliminazione nelle stesse di tuttologi e dilettanti.  La capitalizzazione naturalmente conseguente renderebbe possibile degli interventi importanti sia sulla base di “tickets” a misura delle devastanti sfide da rilevare, sia ben oltre le iniziative di finanziamento nel settore delle “tecnologie pulite” che troppo spesso non vanno in porto. Rompiamo la spirale della stagnazione creata dallo scandalo della distruzione dell’ambiente con un opportuno ricorso al mercato finanziario, dando vita a questa banca consorziale. Approfittiamo del processo alle intenzioni fatto alle sedi finanziarie “off-shore” per incorporarlo in quella la cui reputazione è ingiustamente quella più disapprovata dal pubblico.

La speranza, in fondo, è quella di assistere - dopo il malessere lasciato dal summit di Copenaghen - all’avviamento di una vera politica finanziaria di protezione dell’ambiente ovunque nel mondo, al di là delle dichiarazioni di intenti di politici e altri comunicatori alla moda di questo settore!

Una banca che, una volta nata, sarebbe una fonte di vera saggezza in materia di finanziamento dell’ecologia, riducendo l’attuale divario tra mezzi e ambizioni. Certamente sarebbe l’inizio di una nuova epoca in cui le grandi banche francesi e italiane potrebbero lavorare mano nella mano dietro agli imprenditori dei nostri due paesi su una piazza finanziaria “off-shore” dal posizionamento finalmente restaurato!



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